20 luglio 2017

Il ponte e la capanna indiana

Tredici mesi senza segni. Dal cassetto di un mobile polveroso spuntano vecchi bozzetti balenieri, a matita e penna a sfera, appunti per il nostro graphic novel immaginato.
Riprendiamo la navigazione, pubblicandone un paio.




24 giugno 2016

Whale watching


Il tempo di queste nostre pagine vorrebbe i secoli come unità di misura; vorrebbe l’eternità, la balena, le sue ossa, fossili.

Ci sopravvivrà questo diario lasciato naufragare tra le correnti della rete. Saremo divorati da un’immensa nube bianca e non sarà il Paradiso, né la balena.

Mi capita quasi ogni giorno - pur non volendo - di pensare a Moby Dick. Se non è per un articolo di giornale è per un documentario, per uno slogan radiofonico o uno dei tanti loghi che deviano l’attenzione. L’ultimo che mi resta vivo nella testa è quello sui traghetti della Moby Lines di Livorno: una balena celeste.

C’è una balena ovunque vada e non vedo la nostra da alcuni mesi. E’ rimasta sopra di noi, sommergibile intangibile, ombra che il cielo proietta altrove.



Secondo alcune leggende della baleneria esistono passaggi tra i continenti nelle profondità oceaniche che permetterebbero a una balena di sparire da un emisfero e misteriosamente ricomparire in un altro. Forse è questo che sta accadendo. Una balena ci è apparsa antropomorfa nell’emisfero degli esordi e ora potrebbe riapparirci come Leviatano dall’altra parte delle nostre ricerche.

Dovremmo consultare a fondo le nostre carte, esaminare foglio per foglio i segni che su di noi ha lasciato Moby Dick in questi anni.

Nel triangolo Nizza-Porquerolles-Corsica possono avvistarsi balene in transito verso il Santuario Pelagos  che dal 1999 le protegge assieme ad altre migliaia di specie. Balene spesso ferite a morte dalle prue colossali dei mercantili o dalle eliche di tante navi che a vario titolo solcano le tratte per Marsiglia, Livorno, Ajaccio. Grazie a questo santuario  – spiega una guida – si possono conciliare le attività umane con l’ambiente dei cetacei che si lasciano così osservare nel loro habitat naturale. Ecco, la pratica del whale watching mi si è proposta pochi giorni fa. Verso la Corsica, dal ponte del traghetto guardavo il mare aprirsi sotto in voragini di un blu spaventoso; tra le onde che sfuggivano allo scafo per annidarsi a poppa, ho visto affiorare e poi piegarsi sotto, il dorso nero lucente di una grossa balena bianca.

So bene che non è vero, ma non è neanche del tutto falso.


31 gennaio 2016

Alla nave artiglio, il Pequod




Trovi in Quiqueg la tua brama del selvaggio, il contegno da principe quale realmente lui è. Disorienta l’umanità estrema armata di arpione; ha compreso presto chi tu fossi e sulla tua fronte ora affonda i suoi occhi.

Nel buio dell’ultima notte a New Bedford la scelta di prendere il mare assieme, corrosi dalle miserie terrestri.

Siete a Nantucket, hanno inizio le visioni. Una collina solitaria sperona il cielo all’incrocio degli oceani, circondata da navi mostruose e dal fermento di uomini affratellati da traversate di anni. Agonie cristiane come latifondi di mare dilatano le ore. L’acqua qui domina il tempo.

Una nuova locanda per sfamarsi e rinsaldare la vostra unione. L’idolo nero è tra voi genio premonitore: sarai tu solo a scegliere la baleniera e quella si chiamerà Pequod.

Mattino di ghiaccio. Tre le navi pronte a partire per un viaggio di almeno tre anni, come tre saranno i ramponieri della storia e ancora tre gli ultimi giorni di caccia. Tre i capitani, tre i primi ufficiali, tre e ancora tre tutto quanto senza che nulla conti di meno. Perché uno e uno solo è il capitano Acab, diviso però da una lunga cicatrice e dalla sua gamba mozzata. Un uomo il cui sangue avvelenato dall’odio dominerà i cuori sul Pequod. I cuori e i corpi.

Ecco la nave davanti a te. Decidi per i suoi artigli, la sua pelle rugosa, palco di un viaggio scritto anni prima sui neri tavoli di una taverna.









27 gennaio 2016

Un anno di navigazione (divagazione)





Nessun bilancio possibile su queste acque fluttuanti. Tutto si fa e si disfa nella cura assassina dei ricordi. Il mare rimescola e poi nasconde.
Se la balena è sempre giovane e rinasce rinvigorita al nuovo cinema americano, io mi vedo invecchiare senza l’aiuto del sole, al peso messianico di un’ombra.
Abbiamo aggiunto colori e forme a una grigia teoria di frammenti, tempo alla causa eterna della caccia alla balena. Le domande dell’inizio restano le stesse…
Potevamo superarci solo così. Scoprendo a noi stessi la prova di una lunga divagazione sul romanzo, la fermezza di un’idea evanescente, la sua sospensione in cerca di apparizioni.


Melville ha navigato il male della natura e degli uomini scrivendo un romanzo interiore e di mondo; scriveva all’amico Howthorne che Moby Dick era un libro malvagio dove il male diventava protagonista: sapeva che il suo alter ego si sarebbe salvato, non la sua tragica vita negli anni a venire. Perché la vita di chi ha scritto la balena fu vita disgraziata, gravi perdite e tormenti.
Il libro naufragò per decenni, bruciarono tutte le copie in un rogo di magazzino, ma a distanza di alcuni decenni ebbe il grande successo che lo consegnò al mito.
Melville sopravvisse alla sua fama di scrittore. Morì quasi sconosciuto, da ex funzionario di dogana, lontano autore di romanzi di mare.
Continueremo a frugare Moby Dick tra i nostri appunti e le bozze. Nella progressiva lentezza di queste pubblicazioni la nostra soggezione verso un’opera per tanti aspetti presaga di rovina e solitudini per il suo autore Herman Melville.

18 novembre 2015

Tra le fauci del grande caldo

- nota del disegnatore: il seguente post risale a circa tre mesi fa. Il caldo narrato è quindi quello dello scorso settembre, quando un'ultima ondata d'afa avvolse tutti noi, prolungando un'estate già memorabilmente torrida.





La vecchiaia era una balena bianca che avevo davanti ogni giorno, oltre la finestra di casa.

Erano i soli cementizi di luglio a illuminare i due vecchi cacciatori di balene, miei dirimpettai inarresi al tempo. Uno suonava il violino, l’altro scriveva. Tutto il giorno. Lo fanno anche oggi, ma oggi è settembre.

Entrambi per ore e ore, uno seduto di schiena dietro la finestra di sinistra, l’altro di profilo dietro quella di destra, vicini a loro volta.

Anche ora stride il violino. Lunghe note aggrovigliate lungo i muri sono i miei ricordi faticosi, le inutili esercitazioni alla scuola di musica del circondario.

Il violinista non suona affatto bene. Lo prego mentalmente di smettere, lo scongiuro con tutto me stesso, ma non smetterà. La schiena ostinata produce acuti lamenti, accordature infinite tra lui e tutto il casato; muove appena le spalle e oltre quelle l’archetto obliquo con stizzita determinazione.

Il grande caldo dilatava i pomeriggi. Il mio vecchio era una cicala fatta uomo, un fanatico del pentagramma, un accalorato prodigo principiante. No, non smetterà che in autunno inoltrato, quando a finestre serrate non potrà più spandere le sue note e allora forse dormirà.

L’altro vecchio fa meno rumore, ma tocca vedere la sua finestra accesa nella notte, lui piegato sulla tastiera, la bocca semiaperta. Sembra più avanti con gli anni, dall’inclinazione del collo, della schiena; è più discreto, ma altrettanto tenace. Resta seduto lì per indefinite ore, talvolta immobile, altre volte muovendo le dita su pochi tasti. Resiste. Scruta se stesso, le sue parole. Attende un’ispirazione, la domanda fatale.

Il capitano Acab aveva meno dubbi e più elettrica frenesia; si vedeva vecchio e giunto al termine delle sue notti. Non credeva in nulla più, invocava la fine, la gloria.

Associo la vecchiaia all’insonnia, all’amore per le abitudini: ad esse sono vicino. Tengo d’occhio i giorni da quando siamo giunti a New Bedford ma conto gli anni ormai.

E sulla testa passa proprio ora una bianca mongolfiera.


27 luglio 2015

New Bedford

"Però, che posto buffo questa New Bedford. Se non era per noi balenieri, oggi questo pezzo di terra sarebbe in condizioni da piangere, proprio come la costa del Labrador."


17 luglio 2015

“I would prefer not to”


Sono quasi due secoli che Moby Dick attende l’oblio. Mai nata, mai morta, sempre narrata, dipinta, cantata.
Si sottrae alla realtà, la rifiuta.

L’immortalità del mito è una prova inverificabile in vita.

Quante balene dentro questi secoli ancora. Una anche tra i poeti italiani d’avanguardia, come quello i cui versi mi sono capitati davanti per caso, in un pomeriggio altrettanto casuale e causa d’infertili emicranie.
Sono i versi di Antonio Porta, anno 1966:

La caccia alla balena ha inizio
sul mare innestato di vele
che l’incavo di vento carica di mare.
Stiamo vigili al comando, i ghiacci
inviano bagliori circondando la rotta.
Scoppia la bufera e la nave capriola
la vista indebolisce, la gola si torce, rigagnoli scendono sulle gambe
la schiena del cetaceo splende all’improvviso, incalziamo con gli arpioni
e primi si bucano i seni, seconde le cosce lucide e rovescia il ventre, le braccia allunga all’indietro:
“Issiamola a bordo, divoriamo!”

Cosa dovevo credere se non che il poeta (Porta ma anche Melville) avesse anche lui vissuto in sé attimi di balena antropomorfa; una balena con le cosce, con i seni e le braccia.
Divoriamo(la)!



Da ragazzo ero costretto alla parafrasi delle opere scolastiche e ne ho ricordi livorosi. Credevo fosse un esercizio sterile e pretenzioso.
Nel ribaltamento di umori e di cieli stretti addosso, oggi sento quell’esercizio necessario al mio scopo: convincermi che la balena è ubiqua poesia, è umana e divina assieme; ha seni e cosce esposte all’attacco di arpioni (che incalzano), è splendente, e morendo si fa di volta in volta immortale. Morendo ci porta con sé. Ci lega ad un remoto profondo affetto. E siamo immersi in lei come la poesia immerge l’uomo.

Tu ricorderai quante volte è rinata l’ossessione della balena essere femminile cumulo di sirene e incurvature gigantesche eppure di leggerissima danza. Ne disegnasti il volto, le linee sinuose, la cupa sensualità.
Oggi rinasce, sacrificata ai versi sopra, la balena Afrodite.